Teresa Cuparo, scrittrice e docente di Propedeutica Musicale | INTERVISTA :ilSicilia.it

Teresa Cuparo, scrittrice e docente di Propedeutica Musicale | INTERVISTA

29 Settembre 2019

Benvenuta Teresa, grazie per avere accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori?

Buongiorno, Andrea. Grazie a te. Sono una donna innamorata delle Arti. E quindi cerco di trasmettere le emozioni che esse hanno donato e donano a me, agli altri, soprattutto ai bambini. Faccio parte di quella categoria di sognatori che credono che la bellezza e lo stupore possano cambiare il mondo. Io ci provo attraverso la Musica, la Scrittura, la Pittura, il Movimento.

Qual è stato il tuo percorso artistico professionale?

Teresa Cuparo

Ho incominciato a studiare pianoforte all’età di cinque anni, quando non andavo ancora a scuola. Ho frequentato il Conservatorio di Cosenza e il Liceo Artistico in una sezione di Architettura. Mi sono poi specializzata nell’insegnamento della Musica ai piccolissimi, presso l’AIGAM di Roma e adesso frequento il Livello Avanzato della Formazione per insegnanti di Movimento Creativo, Metodo Garcia-Plevin, di Roma. Dall’inizio del mio percorso tanti sacrifici, moltissime esperienze lavorative ma la volontà di non sentirmi mai “arrivata”, di darmi ancora la possibilità di continuare a formarmi e arricchirmi. Ho sempre amato studiare, sono curiosa per natura ma credo anche che lo studio sia, soprattutto in un campo come il mio, assolutamente necessario. Sono insegnante di Propedeutica presso l’Accademia Ludus Tonalis di Riano e la Scuola Materna dell’Istituto Fratelli Bandiera di Roma. Inoltre, nel 2000, ho fondato con mia sorella Camilla, Drammaturga, Regista teatrale e Sceneggiatrice, l’Associazione Culturale La Piccola Bottega delle Arti, con la quale realizziamo progetti artistici per le Scuole e produciamo spettacoli teatrali. È una scuola delle Arti e, a proposito di questo, da più di dieci anni organizziamo Centri Estivi Artistici molto apprezzati sia dai bambini, e ragazzi, che dai genitori.

Chi i tuoi maestri che ti hanno dato di più e che vuoi ricordare in questa chiacchierata?

Sicuramente la Maestra delle scuole elementari, Caterina Barbato, che oggi ricordo come un’eroina, lei sola con trentuno alunni, straordinaria. Mi ha fatto innamorare della lettura. Poi è arrivata l’insegnante di lettere delle scuole medie, Olga Macrì e con lei ho scoperto i segreti della scrittura. Al Conservatorio ho incontrato il Pianista e Compositore Michele Pisciotta; con lui è incominciata la mia crescita musicale ma, soprattutto, interiore. Il Maestro Corrado Bolsi, Violinista e Docente di Musica da Camera, mi ha lasciato parole, insegnamenti ed emozioni che resteranno indelebili. Negli stessi anni, al Liceo Artistico, i Maestri Pittori Franco Flaccavento e Clemente Fava hanno contribuito ad arricchirmi nel campo del disegno e delle tecniche pittoriche. Io mi reputo una fortunata perché le mie basi artistiche sono state rese forti da importanti nomi. I miei Maestri attuali? Rudolf Laban e Edwin Gordon.

Ci racconti una delle tue esperienze artistico-professionali che ti fa più piacere ricordare e che vuoi condividere con i nostri lettori?

Ce ne sarebbero davvero tantissime. Tra tutte sicuramente la prima volta che, durante una prova, suonai con il Maestro Bolsi. La sua sensibilità ne faceva lo straordinario violinista che era e inoltre aveva, prestatogli da un collezionista, un Guarnieri del Gesù dal suono celestiale. Ricordo che, mentre suonavo, mi sentii come trasportata improvvisamente in un’altra dimensione; non ho memoria della stanza o dei compagni che assistevano alla lezione. Questo stato mi ha consentito di accogliere il suono del violino e donare quello del pianoforte, si era creato un dialogo intenso tra gli strumenti, tra di noi, una condivisione di potenti emozioni. Piansi. Lui mi ringraziò. E poi ricordo con piacere la prima volta che vinsi un Concorso Letterario. Avevo partecipato per gioco e invece mi assegnarono la medaglia d’oro. Fu una grande gioia.

Spazi tra la scrittura e la musica. Ci racconti questa tua doppia veste artistica? Come è iniziato tutto e come esprimi oggi la tua arte in questi due campi artistici?

Mi piace che tu la definisca veste. Io la chiamo pelle. Sono cresciuta accanto ad una madre che creava corredi; disegnava e ricamava lavori di intensa bellezza, cuciva. Leggeva e cantava. Mio padre è stato, ed è, un amante della musica classica. Mia nonna, che viveva con noi, era una sarta bravissima. Nella mia famiglia ancora si “cuntavano” le storie. Ero circondata di amore per la bellezza. Mio padre decise di farmi suonare, facendomi un dono di immenso valore. Tra i nove e i dieci anni cominciai a scrivere poesie e piccoli racconti. Crescendo ho imparato ad esprimermi attraverso l’Arte; spesso è addirittura una necessità. Ci sono momenti in cui lo faccio attraverso la Scrittura, altri, invece, attraverso la Musica. Qualche volta sento il bisogno di dipingere. Oggi mi interessa principalmente trasmettere bellezza e stupore ai bambini e ai ragazzi. Credo sia doveroso. Ritengo che l’educazione alle emozioni sia una via per cambiare le brutture del mondo e la bellezza delle Arti un mezzo per dare la possibilità ai piccoli e ai giovani di esprimersi. La Musica, il Teatro, la Poesia, la Danza, la Pittura, hanno un grande potere che è quello di renderci migliori perché toccano il lato più intimo e profondo di ognuno di noi. È quello che faccio oggi: trasmetto questo messaggio attraverso l’insegnamento. Ai miei allievi, piccoli e grandi, dico sempre “Siate Musica, siate Bellezza!”.

Recentemente, maggio 2019, hai pubblicato un romanzo, Figlia della terra edito da EMIA. Ci racconti come nasce questo libro e di cosa narra? Cosa dovranno aspettarsi i lettori e quale il messaggio che vuoi lanciare loro?

Cover Figlia della terra“Figlia della terra” nasce da una promessa fatta a mia nonna paterna, la sarta. Voleva che raccontassi la sua storia. In realtà io non conoscevo molto della sua vita; ho dovuto ricucire i miei ricordi al poco che mi aveva fatto scrivere negli anni, alle informazioni che avevo raccolto ma non è solo questo, è anche la storia di un cambiamento cominciato con la sua morte, il mio cambiamento. È una storia di amore, dolore, odio e terra, di sensi, di sud. È solo la prima parte della narrazione, che ha come sottotitolo “Il tempo del ricordo”. Ed è proprio il ricordo il tema portante del libro. L’importanza del ricordo, della memoria, è il messaggio; far riflettere sulla possibilità che la custodia di esperienze altrui possa, un giorno, rivelarsi utile per la nostra storia.

Ci parli delle tue precedenti opere e pubblicazioni? Quali sono e qual è stata l’ispirazione che li ha generati?

Le prime opere pubblicate, in varie Antologie Letterarie, sono state le Poesie. La Poesia nasce da un’emozione che provo, da un’immagine che mi colpisce, da una Musica che ascolto, da un ricordo ma non diventa subito parola. Mi danza nella testa per molti giorni, ho bisogno di “vederla”, in un certo senso, come fosse un quadro. Le parole devono avere i colori che immagino. E devo anche “sentirla”, quindi le parole devono avere i suoni giusti, devono diventare una melodia, avere ritmo anche quando il verso è libero. La Poesia, per quanto mi riguarda, mi mette in uno stato di grazia. È un legame tra terra e cielo. Il pensiero poetico è quanto di più sublime l’uomo possa impegnarsi a scrivere. La narrazione è diversa. Ho l’idea, ne faccio un progetto e poi lo realizzo. Nel 2017 ho conosciuto il mio editore, Italo Arcuri, con il quale si è creato subito un intenso legame e, nel settembre dello stesso anno, è stato pubblicato da EMIA Edizioni il mio primo romanzo, “La ballata di Ester”. È la storia di una ragazza che diventa prostituta per scelta, tratto da una storia vera, per cui ha richiesto molta attenzione nella narrazione degli avvenimenti e nella cura dei personaggi. Pubblicarlo non è stato semplice, all’inizio mi sentivo come svuotata di una parte importante di me, esposta completamente al lettore. Poi sono arrivate grandi soddisfazioni e il dialogo con i lettori mi ha aiutata a liberarmi da questo timore. Chi scrive, in fondo, si racconta e si dona attraverso la parola.

Quali sono secondo te le caratteristiche, le qualità, il talento, che deve possedere chi scrive per essere definito un vero scrittore? E perché proprio quelle qualità?

Teresa Cuparo

Uno scrittore deve avere la capacità di trasmettere emozioni. Deve attivare, attraverso l’uso della parola, tutti i sensi. Deve scrivere con la pelle, con il sangue. Deve avere immaginazione. Deve saper ascoltare, osservare. Deve essere empatico. Deve leggere, leggere e leggere. Perché ho indicato queste caratteristiche? Perché questo scrittore sarà capace di catturare il lettore e tenerlo intrappolato tra le pagine del suo libro fino alla fine, affamandolo di nuova lettura.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.). Cosa ne pensi di queste parole di Bukowski? In uno scritto, in una storia, in un romanzo, cos’è secondo te più importante, la storia (quello che si narra) o come è scritta (lo stile, la narrazione, la scrittura originale, l’armonia, etc)?

Mi fanno sorridere. Bukowski è stato uno scrittore eccezionale e proprio per questo ha potuto pronunciare quelle parole, poteva permetterselo, ne era consapevole. Era crudo, sincero, diretto, appassionato, provocatorio. Meraviglioso. Quel “Lo butto giù” gli riusciva perché era un vero talento della scrittura. Funzionare equivaleva per lui a piacere o non piacere al pubblico. Ma la maestria c’era, eccome. Per me non basta avere una buona idea o una buona storia perché si possa affermare di aver scritto un buon romanzo o racconto, una buona poesia. Il come si scrive è importante, il come fa la differenza.

«Per scrivere bisogna avere immaginazione. L’immaginazione non si impara a scuola, te le regala mamma quando ti concepisce. Non ho fatto nessuna scuola per imparare a scrivere. Ho visto tanti film e letto tanti libri.» (Luciano Vicenzoni (Treviso 1926), intervista di Virginia Zullo, 12 aprile 2013, YouTube). Cosa ne pensi delle parole di Vincenzoni, uno dei più grandi e geniali autori del Novecento italiano?

Le parole di Vicenzoni sono condivisibili. Si nasce sicuramente con il dono di un’immaginazione brillante e non ci sono scuole che possano insegnarla. Bisogna però aver cura di alimentarla perché da sola non basta. Per chi vuole scrivere, il nutrimento sono i libri ma anche gli occhi sempre aperti e attenti sull’uomo e sul mondo.

Oggi proliferano le cosiddette scuole di scrittura creativa che promettono agli appassionati di scrittura che hanno l’ambizione di diventare scrittori di successo, che possono diventarlo se seguiranno i loro consigli e i loro corsi di formazione. Ma è davvero così secondo te?

Mi cogli impreparata. Non ho mai frequentato corsi di scrittura creativa né conosciuto autori che l’abbiano fatto. Mi chiedo: se uno scrittore deve possedere le qualità di cui si è parlato e la creatività, come l’immaginazione, è anch’essa un dono, come si fa ad insegnarle? Torniamo quindi alle parole di Vicenzoni.

Quali sono gli autori che ami di più, che hai letto da ragazza, che ti hanno formata e che leggi ancora oggi?

La mia avventura nel mondo dei libri è incominciata con le favole dei fratelli Grimm, le fiabe di Andersen, le favole di Esopo. Il primo libro importante fu Cuore di De Amicis. Quello che mi fece sentire grande fu Un paradiso in cima al colle, di Venturini, che conservo gelosamente. Ho letto molta letteratura per ragazzi, da Piccole donne a Tom Sawyer, da Il giro del mondo in 80 giorni a 20.000 leghe sotto i mari, passando per I ragazzi della via Pal e L’Isola del tesoro. A 15 anni avevo già letto tutta l’opera di Moravia, i testi più importanti di Kafka, di Mann e Dostoevskij. “Le macchine dello sterminio”, di Pressac, mi sconvolse. “Storia di una capinera”, di Verga, mi fece piangere più volte. La Poesia di Montale mi inebriò e me ne innamorai. Adoro l’opera di Silone e Sciascia. Ho letto quasi tutta l’opera di Camilleri. Amo le opere di Andrea Vitali. Ho letto recentemente l’Arminuta, di Di Pietrantonio, bellissimo, riletto Le Braci di Marai, riletto Il canto di Natale di Dickens. Proprio stamattina ho incominciato a rileggere Nora gioca e vince, di Girauld, che avevo letto più volte da bambina. Spesso, magari spolverando le librerie di casa, mi ritrovo sorpresa davanti a titoli che non ricordavo né di avere né di aver letto. Sul mio comodino ci sono sempre cinque, sei libri. Ho letto una quantità infinita di libri utili per la mia professione; tra tutti posso citare La terra del rimorso, di De Martino e Il primo libro di Antropologia, di Aime.

Ti va di consigliare ai nostri lettori tre autori e tre libri da leggere assolutamente entro la fine di quest’anno? E perché suggerisci proprio questi? Cosa hanno di particolare da incuriosire i nostri lettori affinché li comprino e li leggano?

Firmino, di Savage. Opera incantevole che vi farà innamorare del topo Firmino, nato da una pantecana sbronza. Quando l’idea geniale di uno scrittore, naturalmente creativo, si fonde con la maestria della scrittura. Il Profumo, di Suskind. Opera sconvolgente. Il protagonista, Grenouille, un genio folle che vi trascinerà nella sua ricerca ossessiva fino a lasciarvi, alla fine, senza parole. Ne è stato tratto un film meraviglioso ma il libro, grazie alla scrittura superba dell’autore, è un’altra storia. La pazza della porta accanto, di Merini. Alda Merini è quanto di più alto ci si possa aspettare dalla Poesia. Per molti anni considerata pazza, ha scritto: “il poeta deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni e farne oro colato”. La sua materia incandescente sono stati gli orrori del manicomio, la sofferenza, l’amore. Il suo oro colato sono diventati i suoi scritti.

Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo, la mia città, c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea fondata sulla tecnologia e sulle comunicazioni social?

Io non ho nulla contro la tecnologia o i social ma credo che il fenomeno dell’abuso sia ormai incontrollato. Da insegnante posso testimoniare con preoccupazione che i bambini di oggi non sono quelli di venti anni fa. Due piccoli esempi: nel 2000 potevo insegnare danze strutturate ai bimbi di cinque anni, oggi devo aspettare che ne abbiano sette, otto. Nel 2000 utilizzavo lo stesso linguaggio che utilizzo oggi; allora mi comprendevano, oggi molti mi guardano con gli occhi spalancati perché fanno più fatica a comprendermi. Il loro vocabolario si è ridotto. Leggono poco. Non si annoiano mai. Fanno troppo, spesso male, perché affidati a gente non qualificata (solo in Italia si dona la possibilità a certi soggetti – ormai moltissimi – di alzarsi la mattina e diventare maestri di qualcosa, magari perché ne sono appassionati o perché l’hanno studiata da piccoli!). I bambini hanno bisogno di annoiarsi. Devono anche “fare niente”. Quando si annoiano diventano creativi. Penso che molti genitori temano la noia dei figli, ignorando quanto, invece, gli farebbe bene. L’Arte e la bellezza servono quindi a qualcosa? Eccome, servono a farci restare umani, a farci comunicare. Le nuove generazione credono che i social li rendano cittadini del mondo, che abbattano i muri della lontananza, della lingua, della diversità mentre invece ne hanno fatto individui incapaci di relazioni. Basta entrare in un treno, in una sala d’attesa, nel piazzale di una scuola, in una pizzeria: il cellulare è sempre presente e nella maggior parte dei casi sono tutti concentrati su di esso. Io credo che l’Arte possa giocare un ruolo importante in questo tempo in cui abbiamo assolutamente bisogno di recuperare la bellezza dell’uomo. Perché io sono convinta che gli uomini siano capaci di immensa bellezza.

A cosa stai lavorando in questo momento che puoi raccontarci?

Sono in un momento fecondo: sto scrivendo la seconda parte di “Figlia della terra” e sono impegnata in due raccolte di racconti di natura differente. Posso anticiparvi che una delle due di chiamerà “Racconti dal sud del mio cuore”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

Sto lavorando con Camilla ad un progetto artistico meraviglioso ma non posso anticipare nulla. Prossimi appuntamenti in agenda sono le presentazioni del mio libro e l’imminente partenza dei miei corsi di Propedeutica e Movimento Creativo.

Dove potremo seguirti?

Sulle mie pagine Facebook: Teresa Cuparo, La Ballata di Ester e altre storie – Diritti Riservati -, Ass. Cult. La Piccola Bottega delle Arti.

 


Teresa Cuparo

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