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Trapani

Correva l'anno 1968

Terremoto del Belìce: l’occasione sprecata della ricostruzione e il grande vuoto delle new town

12 Gennaio 2018

La notte fra il 14 e il 15 gennaio ricorre un triste anniversario per la Valle del Belìce e, in generale, per la Sicilia intera.

L’anno 1968 segna la distruzione di una ragnatela di paesi a causa di un indimenticabile terremoto imponendo, dall’indomani, una serie di attività che avrebbero dovuto, celermente, cancellare l’atto tanto violento di una Natura maligna.

Così non fu, per tanti motivi.

La rinascita del Belìce offriva la possibilità di un cambiamento e di una crescita civile attraverso la programmazione urbanistica, un’opportunità unica raccolta da architetti e urbanisti di fama internazionale, chiamati dall’impegno di intellettuali come Danilo DolciTante belle idee e proposte che, tristemente, si riveleranno un’utopia.

E i volti degli uomini segnati dal dolore, centomila gli sfollati che abitavano le baracche, diventano sempre più sfumati, a dispetto degli appelli di don Antonio Riboldi, parroco di Santa Ninfa.

Una serie di innumerevoli scelte cadute dall’alto che mal si inseriscono nella visione di una ricostruzione efficace: i centri urbani distrutti vengono ricostruiti altrove; si dà la priorità alle infrastrutture poi alle case; i grandi appalti riscrivono il territorio con viadotti faraonici e svincoli sul nulla.

E ancora tempi di realizzazione dilatati; si progettano surreali città giardino sul modello dei quartieri suburbani nord europei che si rivelano un fallimento; Poggioreale viene rifondata a valle con un’enorme piazza deserta postmoderna progettata da Paolo Portoghesi.

Ma le rovine del vecchio paese sono sempre visibili, scheletri angoscianti a eterno ricordo del terremoto e di un’identità negata.

A Partanna viene costruito un nuovo quartiere a un livello più basso rispetto alla città storica. Gibellina rinasce a 15 chilometri dal vecchio sito. L’occasione è perduta.

Alla fine degli anni ’70 il disastro della ricostruzione del Belìce è sotto gli occhi di tutti: le “new town” sono un grande vuoto firmato da nomi importanti, dove gli abitanti si aggirano spaesati.

Ed è proprio sul finire degli anni Settanta che si afferma il laboratorio Gibellina, grazie alla lungimiranza del suo sindaco Ludovico Corrao e all’apporto dello scultore Ludovico Consagra.

L’idea è che l’arte contemporanea possa conferire valenza iconica a questi spazi senza qualità. La stella di Consagra, la porta del Belìce che apre la via per Gibellina, è uno dei primi segnali di un progetto di grande successo internazionale che richiama artisti visivi e architetti, registi e scrittori, attori e musicisti da tutta Europa.

Nell’ambito della ricostruzione a Gibellina lavorano celebri architetti come Samonà, Mendini, Venezia, Thermes e Purini.

Scultori come Melotti, Uncini e Cascella sono invitati a delineare una nuova immagine urbana, mentre un importante museo di arte contemporanea raccoglie le opere donate dai più importanti artisti del Novecento.

L’intervento più famoso è il Cretto di Alberto Burri, un bianco sudario che ricopre, fermandolo nel tempo, l’abitato di Gibellina vecchia.

Ma non mancano opere rivelatesi un flop clamoroso, come la Chiesa progettata da Ludovico Quaroni che nel 1994 crolla. Gibellina resta comunque un progetto nel deserto, che tuttavia ha regalato alla Sicilia qualità e modernità fino ad allora sconosciute e che continua a vivere, anche dopo la morte di Corrao, grazie alla Fondazione Orestiadi.

Proprio in questi giorni sono stati avviati accordi fra il Comune, la Fondazione e le Tenute Orestiadi e l’Accademia di Brera per il restauro e la manutenzione delle tante opere d’arte sparse nel territorio.

I comuni del Belìce oggi, dunque, puntano su strategie comuni di sviluppo, economiche e turistiche, dove il tema della ricostruzione è diventato un progetto condiviso, nell’ottica di individuare un nuovo senso civile e non solo artistico.

A tal proposito si inserisce il commento di Maurizio Carta, docente di Urbanistica a Palermo: “Le giovani generazioni pensano al futuro in modo nuovo, uno sguardo comune sta cambiando il paradigma della ricostruzione, raccogliendo la sfida dal volto umano lanciata tanti anni fa da Danilo Dolci“.

 

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