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Un Primo Maggio venato da tristezza

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1 Maggio 2020

È un Primo Maggio venato da tristezza perché il “morbo” ci ha privato della possibilità di festeggiare la giornata del Lavoro, ci ha impedito di recarci a Portella della Ginestra per rendere il tradizionale omaggio alle vittime della prima strage di mafia. Tutto questo accresce le preoccupazioni per il futuro e la sfiducia su possibili cambiamenti.

Elio Sanfilippo

Si dice che l’esperienza insegna che in ogni situazione vi è sempre una speranza, una via d’uscita, in Sicilia, tuttavia, si avverte maggiormente la perdita della speranza, quella che il professore Francesco Renda, uno dei più illustri storici siciliani, chiamava << l’Utopia, l’ipotesi, la prospettiva di un fattibile futuro migliore>>.

La sfiducia che rasenta la rassegnazione ha contagiato, infatti, un po’ tutti e spinge singoli individui, comunità, la politica, sindacati, associazioni di rappresentanza, a non pensare più in grande, a chiudersi nel proprio “particulare”, a vivere alla giornata.

Occuparsi del quotidiano, affrontare i problemi che quotidianamente affiggono una famiglia una categoria è utile e necessario, ma limitarsi a questo rischia di essere un impegno fine a sé stesso rischia di scadere in un cieco pragmatismo che non produce voglia di fare, spinta al cambiamento.

Il professore Renda, autore di un prezioso libretto sul Primo Maggio edito da Sellerio, ricostruisce la storia di quella ricorrenza creata a Parigi nel 1889 dal congresso della Seconda Internazionale Socialista. In quella occasione fu lanciata la proposta delle otto ore lavorative rispetto alle 12 o 16 ore vigenti nelle fabbriche. Le 24 ore di una giornata dovevano essere così suddivise: otto per lavorare, otto per riposare, otto per il tempo libero.

La proposta allora fu appunto considerata utopica, non realizzabile, anche devastante sul piano sociale dai benpensanti, dai governi e dal padronato e le manifestazioni che i lavoratori organizzarono per questo obiettivo furono duramente repressi dai governi dei vari Stati.

In una chiacchierata che una sera insieme con Antonio Riolo e Roberto Tagliavia, avemmo con il professare Renda, questi ci spiegò come era necessario tornare all’Utopia.

A tale scopo, come nel lontano 1893, ci propose anche per dare un nuovo senso al Primo Maggio, diventato solo l’occasione per una scampagnata o per spettacoli musicali come il concerto organizzato a Roma in piazza San Giovanni dai sindacati, di lanciare una nuova utopia, quella della giornata lavorativa di 4 ore.

Vi potrà sembrare assurda – disse- in tempi di crisi economica,invece ha una sua concretezza tenuto conto che lo sviluppo tecnologico e scientifico, l’automazione, ha ridotto enormemente il lavoro manuale e la fine della classe operaia. Questo era solo un esempio e, infatti, ne aggiunse altri.

Uscendo da quell’incontro riflett0 sul concetto di Utopia che Il professore ci aveva spiegato e mi ricordai di un discorso di Enrico Berlinguer in cui parlava del <<il diritto all’Utopia come spazio di libertà della politica per costruire il futuro>>.

Oggi più che mai vi è bisogno di una nuova utopia, per tornare a sognare e impegnarsi per far diventare i sogni realtà.

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