19 Ottobre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 22.34

I lavoratori siciliani coinvolti sono 52

Unicredit Sicilia, First Cisl: “Cessione del Credito su pegno grave errore strategico”

28 Giugno 2018

A seguito dell’accordo firmato il 12 giugno a Milano, dal lunedì 2 luglio i 52 lavoratori siciliani dell’ex Credito su Pegno di Unicredit, distribuiti nelle 10 filiali dell’Isola, inizieranno a lavorare sotto le insegne di Custodia Valore, società del gruppo austriaco Dorotheum. Di questi 6 sono stagionali che verranno confermati alla scadenza proprio a seguito dell’intesa siglata a Milano.
Complessivamente su tutto il territorio nazionale sono 33 le filiali cedute con 165 dipendenti oltre a 23 stagionali.

La cessione è arrivata dopo una lunga e controversa trattativa sindacale che si è conclusa con una intesa che, se da un lato lascia contenti i sindacati che sono riusciti a spuntare le migliori garanzie per i dipendenti (welfare, contratto, assistenza sanitaria, assicurazioni, agevolazioni creditizie), suscita non poche perplessità perché continua ad aumentare il numero delle cessioni di asset che Unicredit ritiene non strategici ma che invece sono ad alto reddito e valore aggiunto.

Urzì“Lo abbiamo riportato anche sul testo dell’accordo del 12 giugno – afferma Gabriele Urzì Segretario Nazionale First Cisl Unicredit  – dove abbiamo ribadito la nostra contrarietà all’operazione industriale, sostenendo, dati alla mano, che sarebbe stato molto più utile e produttivo mantenere le attività del Credito su Pegno all’interno del Gruppo Unicredit in quanto, a prescindere dal ruolo sociale del Pegno da sempre esercitato da Sicilcassa prima, da Banco di Sicilia e Capitalia poi, il settore è a sofferenze zero e altamente redditizio (il valore supera i 140 milioni di euro). Sembra il copione già visto della cessione del comparto sofferenze, anche quello un gioiello di famiglia ceduto, operazione che, unitamente alla cessione di quote di Pioneer e Fineco, non fa altro che impoverire ulteriormente l’ossatura di un Gruppo che continua a vendere gioielli di famiglia al solo scopo di fare cassa”.

“Tutto questo – conclude Urzì –  nell’assordante silenzio della politica locale e regionale che, tranne qualche estemporaneo spot elettorale, si è, come fa da anni, totalmente disinteressata del problema”.

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