Vita da pentito: ecco i siciliani a rischio :ilSicilia.it

Collaboratori e testimoni di giustizia

Vita da pentito: ecco i siciliani a rischio

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28 Dicembre 2018

Nuova vita, nuovo nome, nuova città. Sono circa 300 i pentiti di Cosa Nostra.

Coloro che hanno deciso di fare il “salto” passando dalla parte dello Stato (collaboratori, pentiti e testimoni di giustizia) hanno uno stipendio compreso tra i 1.000/1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico. A spese dello Stato ci sono anche gli affitti delle loro abitazioni, spese mediche ed altri benefit.

Il totale della ‘popolazione protetta‘ in Italia – rivela l’AdnKronos – è di 6.246 persone: 1.319 sono collaboratori e testimoni di giustizia e quasi 5 mila i loro familiari che li hanno seguiti, mogli, figli, fratelli, suoceri, cognati, nipoti, conviventi.

Il pentito più famoso resta Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, che permise con le sue rivelazioni di imbastire il Maxiprocesso e dare una svolta storica nella lotta alla mafia.

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta

Ma Buscetta è anche il collaboratori di giustizia che ha pagato il prezzo più caro: gli uccisero praticamente tutti i familiari (figli, fratelli, cognati, amici), ma le sue rivelazioni consentirono di dare un colpo mortale a Cosa Nostra.

La strage dei familiari dei collaboratori di giustizia però non si è mai conclusa: centinaia sono stati uccisi platealmente o con suicidi camuffati. A pagare perfino i bambini: il piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio di Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia ed ex-mafioso) rapito all’età di 13 anni, tenuto sotto sequestro per oltre due anni e poi sciolto nell’acido nel 1996.

il-piccolo-giuseppe-di-matteo-a-cavalloE l’elenco di parenti e amici dei pentiti uccisi non si ferma. Poche decine di collaboratori sono stati “espulsi” dal programma di protezione e ritornati in carcere. La gestione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia non è facile e viene valutata dai magistrati della DNA (Direzione Nazionale Antimafia) che deve accettare o respingere le richieste di questo popolo di pentiti.

Lo Stato, con centinaia di poliziotti del Servizio Centrale di Protezione, cerca di proteggerli dandogli assistenza, procurandogli nuove identità, nuove abitazioni adoperandosi anche per trovargli un lavoro.

Fra i testimoni di giustizia c’è Valeria Grasso, che ha accusato la cosca di San Lorenzo. Ma anche l’imprenditore siciliano Vincenzo Conticello, ex proprietario dell’Antica focacceria San Francesco di Palermo, accusatore dei suoi estorsori, cui di recente è stata revocata la scorta.

Poi c’è il caso di Piera Aiello, la testimone di giustizia che proprio quest’anno, dopo 27 anni, ha mostrato il suo viso per la prima volta. Eletta alla Camera nella fila del M5S, è cognata di Rita Atria.

Piera Aiello
Piera Aiello (ANSA)

Questo piccolo popolo di pentiti e testimoni di giustizia è sparso in tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, molti hanno un’altra identità, si sono rifatti una nuova vita.

Tra questi Gaspare Mutolo, importante pentito che ha dato grosso contributo alla giustizia. Oggi fa il pittore.

«Il collaboratore di giustizia che ha più familiari al seguito – scrive l’AdnKronos – è “il chimico” di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoia, una ventina in tutto e che ha un regime economico più alto rispetto ad altri ereditato dalla collaborazione che aveva offerto all’Fbi che sulla base delle sue dichiarazioni, riscontrate, ha imbastito e concluso numerosi processi contro la Cosa Nostra americana.

Il dato più emblematico relativo al popolo dei pentiti è quello relativo alle “pentite”: sono oltre 60 le collaboratrici di giustizia, madri, figli, sorelle di dei boss e killer delle organizzazioni mafiose che hanno deciso, per salvare loro stessi ed i loro figli, di passare dall’altra parte della barricata. Una scelta difficilissima che ha provocato l’allontanamento dal nucleo familiare, dalle loro città o paesi e che ha registrato anche vittime».

Gaspare Spatuzza
Gaspare Spatuzza

Mentre tra i falsi pentiti, spicca il caso di Vincenzo Scarantino, che sarebbe stato “creato ad arte” per orchestrare il depistaggio – ormai accertato – sulla strage di via d’Amelio.

Fondamentale, per svelare la verità dopo 26 anni, il contributo del pentito Gaspare Spatuzza.

 

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