13 Settembre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 17.04

Arthur Schnitzler, “Il ritorno di Casanova” | LA RECENSIONE

5 Giugno 2019
Pablo Picasso, Il salvataggio (1932), olio su tela
Il ritorno di Casanova
Arthur Schnitzler
Arthur Schnitzler

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Questo racconto breve di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1918, l’ho riletto recentemente da un libricino ritrovato che acquistai all’inizio degli anni Novanta, pubblicato in Italia nel 1994 da “Tascabili Economici Newton”, che allora faceva concorrenza a “La Biblioteca Ideale Tascabile”. Entrambe le case editrici pubblicavano saggi e romanzi brevi a bassissimo costo, mille lire di allora, circa cinquanta centesimi di euro di oggi con i quali non si può comprare neanche un caffè!

Questo romanzo breve è interessante e contemporaneo al contempo perché tratta un tema sempre attuale: il timore del perdere la capacità seduttiva e l’approssimarsi della vecchiaia, la giovinezza che s’affievolisce e l’anzianità che incalza.

Arthur Schnitzler - Il ritorno di Casanova

La pulsione seduttiva irrefrenabile, il decadimento del corpo e delle forze, l’inesorabile irruenza della vecchiaia, la sofferenza della solitudine, sono i grandi temi psicologici e sociali affrontati da Schnitzler in questo romanzo breve di inizio Ottocento, che vede protagonista un cinquantreenne Giacomo Casanova – che nel romanzo ha la stessa età di Schnitzler quando scrisse quest’opera – e delle giovani e belle donne che incontra dopo essere fuggito dal carcere dei Piombi. Un duello ardito e feroce tra il ricordo del giovane seduttore e l’attempato galeotto che non s’arrende al tempo e all’età. Un duello che nel romanzo vedrà protagonisti l’ormai anziano rubacuori e colui che s’è visto sedotta con l’inganno la giovane e bella amata Marcolina. Un duello mortale che vedrà la morte dell’uno e dell’altro, seppur da prospettive diverse.

Questo romanzo breve di Schnitzler racconta del non più giovane Giacomo Casanova e delle sue ancora irrequiete velleità seduttive verso giovani e belle donne che lo costringono a prendere coscienza del decadimento del suo corpo e dell’inefficacia delle sue virtù seduttive per le quali era divenuto famoso in tutte le più importanti corti europee. Solo con l’arte dell’inganno Casanova riuscirà nel suo intento passionale che costringerà l’incolpevole e giovane Marcolina a cedere alla sua irruenta voluttà amorosa e di letto, finalmente preda succulenta di passione. Il seguito del romanzo è da leggere tutto d’un fiato per la tragicità degli eventi e per il finale imprevedibile.

Post Scriptum.

Per scrivere di Arthur Schnitzler è necessario collocare la sua opera letteraria e teatrale (scrisse moltissimo anche per il teatro molto alla moda allora) nel periodo storico e culturale nel quale visse e si formò accademicamente, professionalmente e culturalmente. La Vienna di fino Ottocento inizio Novecento, è una Vienna in decadenza, sia dal punto di vista politico che sociale. La letteratura austriaca di quel periodo, si caratterizzò infatti per una sorta di velata nostalgia per la grandezza della nazione che si stava progressivamente perdendo.

Schnitzler da parte sua, non percorre questa strada, non si adegua alle correnti letterarie del suo tempo, ma con la sua opera vuole rappresentare – e da questo punto di vista torna ad essere sorprendentemente contemporaneo con una attualità narrativa inquietante – la vuotezza dei comportamenti sociali del suo tempo e la melanconia trasversale per l’approssimarsi della fine di un’epoca, il crollo dell’impero austriaco iniziato nel 1918, e di una cultura che fino ad allora era stata significativa e dominante in tutta Europa. Sono le nevrosi del suo tempo, della sua gente, delle classi sociali che si intrecciano nella sua Vienna, l’oggetto principale delle sue opere, come lo sono oggi quelle del nostro tempo, del Ventunesimo secolo. L’interessante intrecciarsi tra letteratura e scienza, che a cavallo tra il Diciannovesimo e Ventesimo secolo è stata una peculiarità accademica e intellettuale molto importante, conforta questo suo intento e i messaggi della sua opera letteraria e teatrale: i protagonisti sono gli atteggiamenti e i comportamenti della gente del suo tempo che Schnitzler rappresenta come ipocriti, crudeli ed egocentrici, e per altri versi leggeri e superficiali.

È molto interessate, da questo punto di vista, il rapporto epistolare tra Schnitzler e Freud.

Arthur Schnitzler
Arthur Schnitzler

È ovviamente chiaro a tutti che Schnitzler e Freud percorrono strade diverse: scrittore, medico e psichiatra il primo che si dedica alla narrativa e alla letteratura; medico, psichiatra il secondo che dedica la sua vita allo studio delle nevrosi e dell’inconscio attraverso la psicoanalisi di cui fu il padre fondatore. Quello che però li accomuna è l’oggetto del loro interesse: l’inconscio, le nevrosi, l’onirico, con tutti i significati che questi elementi assumono nella vita dell’uomo e nell’espressione delle sue pulsioni. L’opera dell’uno non precede quella dell’altro, ma si completano e si integrano vicendevolmente. Assai significativa da questo punto di vista è una lettera scritta da Freud a Schnitzler in occasione del suo sessantesimo compleanno, il 14 maggio 1922, in cui si definisce “il suo doppio”: «Desidero farLe una confessione che lei avrà la bontà e riguardo di tenere per Sé. (…) Mi sono sempre chiesto, con tormento, per quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarla e di avere un colloquio con Lei (…) La risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo intima. Io ritengo di averLa evitata per una sorta di paura del “doppio”. Non che sia facilmente incline a identificarmi con altri, o che voglio trascurare la differenza di talento che mi separa da Lei, ma in effetti, ogni qual volta mi sono immerso nelle Sue belle creazioni, ho sempre creduto di riconoscere dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti interessi ed esiti che sapevo essere miei.»

Freud aveva analizzato il fenomeno del doppio in un suo saggio del 1919 dal titolo Il perturbante come proiezione psichica di tutte le possibilità del destino che non si sono attuate. In questo saggio l’immagine riflessa allo specchio, dal punto di vista psicologico, è la conferma dell’identità dell’Io, quasi una negazione del potere della morte. Ma in una nevrosi narcisistica l’immagine del doppio può rovesciarsi in una minaccia di morte. Allora il doppio assume tutti gli aspetti inquietanti e sinistri che possono affiorare nei sogni e diventa simbologia di ciò che doveva restare celato, oppure può simboleggiare desideri inconfessabili. Il perturbante è uno dei quattro scritti di tutta la sua opera in cui Freud cita esplicitamente i lavori letterari di Schnitzler.

In una intervista rilasciata nel 1927, Schnitzler, da parte sua, fa esplicito riferimento alla corrispondenza con Freud e alla lettera che ricevette nel 1922 dal padre della psicoanalisi a proposito del doppio: «Per alcuni aspetti io costituisco il doppio del professor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta il suo gemello psichico. Nella letteratura percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso la finestra dell’anima».

Il doppio che da parte sua Schnitzler rappresentò magnificamente in due opere straordinarie, Doppio sogno del 1925 (ripreso da Stanley Kubrick per scrivere la sceneggiatura della sua ultima opera cinematografica che uscì nelle sale di tutto il mondo subito dopo la sua morte, Eyes Wide Shut del 1999), e Fuga nelle tenebre del 1912-17, pubblicato solo nel 1931. Opere che Schnitzler non avrebbe mai potuto creare se non avesse avuto questo profondo interesse per lo studio dell’inconscio, della simbologia onirica e delle ossessioni nevrotiche, così come li ebbe Sigmund Freud per creare il più rivoluzionario e importante approccio clinico e di studio della mente di tutti i tempi: la psicoanalisi.

Andrea Giostra

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