19 novembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 14.14
L'Isola a un bivio fra riscatto e conservazione dell'esistente

Con Musumeci la Sicilia «diventerà bellissima» o resterà «buttanissima»?

11 novembre 2017

Riuscirà il neoeletto presidente della Regione a salvare la Sicilia da quel baratro nella quale l’hanno fatta sprofondare le politiche degli ultimi decenni? La risposta a questo interrogativo non è per nulla agevole e, al di là dei supporters di questo o quello schieramento (e dei loro slogan), per capire come saranno i prossimi cinque anni targati centrodestra, occorrerà osservare come Nello Musumeci intenderà muoversi nel magma incandescente di un’alleanza di governo, in cui c’è dentro tutto e il contrario di tutto e nel quale bruciarsi irrimediabilmente è un rischio che, per chi ne è a capo, potrebbe diventare quotidiano.

Tutti (o quasi) riconoscono al neo-governatore di essere uomo dalle alte virtù morali ed etiche e di avere governato in passato la provincia di Catania in modo egregio. Inoltre, nessuno nei trascorsi cinque anni ha eccepito alcunché sulla sua gestione della presidenza della Commissione regionale antimafia. Il suo essere espressione di una destra tradizionale, cresciuto politicamente nel Movimento sociale italiano, di per sé dovrebbe essere garanzia di un’azione con la barra dritta sulle tematiche sociali, ma soprattutto sui valori del buongoverno.

Eppure, non è affatto scontato che ciò avvenga, perché la gestione della gigantesca macchina regionale è piena di insidie e foriera di suscitare appetiti nemmeno troppo celati da parte degli alleati di centrodestra. E in Sicilia, si sa, appetiti e potere vanno a braccetto, con diversi esponenti delle varie forze che hanno sostenuto la coalizione vincente, che – forti delle migliaia di voti di preferenza ottenuti – già pregustano un assessorato e sono anche pronti a piazzare i loro fedelissimi nei posti di comando del sottogoverno: e così, da alcuni giorni è tutto un fiorire di indiscrezioni sulle nomine future nelle aziende, nella sanità e nei consigli di amministrazione di mezza Isola.

Insomma, la partita per Musumeci è irta di ostacoli e si preannuncia difficilissima ed è forse anche per stoppare ai nastri di partenza i propri alleati che il neo-presidente, un paio di giorni fa, ha detto basta al “toto nomi” sui posti strategici, aggiungendo che ascolterà sì gli alleati, ma che l’ultima parola sarà la sua. Che sia il segnale di un cambio di passo rispetto al passato, remoto e recente, quando ogni angolo di Sicilia veniva lottizzato e spartito ai ras dei partiti?

Di certo, è la spia di un orientamento autonomo che Musumeci dà l’impressione di voler seguire, ma nel farlo dovrà stare attento ad evitare fughe in avanti. Il rischio che la sua presidenza si traduca in una riedizione – con nomi e forze politiche diverse – di un film già visto con il passato governo Crocetta c’è tutto. Alla fine, l’esecutivo guidato da Crocetta ha vivacchiato per cinque anni, attirandosi le critiche di tutti i partiti alleati, che non staccavano la spina solo perché non conveniva a nessuno perdere posizioni di potere e gettoni vari.

C’è da dire che le urne hanno riesumato partiti e potentati politici che la storia siciliana sembrava aver seppellito per sempre. I fautori della “Buttanissima Sicilia” così bene descritta da Pietrangelo Buttafuoco sono tutti in campo e non certo per restare in panchina. Una Sicilia buttanissima di segno opposto rispetto a quella targata Pd a cui Buttafuoco si riferiva nel suo libro e nello spettacolo che ne è nato, ma pur sempre viva e vegeta, stavolta sotto le insegne di un redivivo centrodestra. Il rischio, dunque, per Musumeci che il suo pedigree di galantuomo non basti per far diventare bellissima la Sicilia, è più che concreto. Occorrerà capire il peso e lo spazio che riusciranno a trovare quei vecchi volponi, che dopo aver accettato non senza mugugni la candidatura dello stesso Musumeci a presidente della Regione, si sono già attribuiti il merito della vittoria e sono adesso pronti ad assumere il ruolo di asso pigliatutto, secondo un copione molto ben conosciuto.

A questo proposito, rende bene l’analisi fatta qualche giorno fa da Marcello Veneziani, che così ha scritto: “Un bel candidato, una bella vittoria, per un’impresa quasi impossibile tra i nemici di fuori e le carogne di dentro, tanto per usare un linguaggio risorgimentale. Governare la Sicilia con quell’andazzo, quei precedenti, quel buco in bilancio, quei privilegi radicati, e sradicarla da quei vizi, quelle greppie, quelle mafie di potere e d’affari, è un’impresa eroica. E farlo con quegli alleati, quelle facce, quelle biografie, a cui Musumeci non ha concesso nulla ma che stanno lì appollaiate, dopo aver cercato prima di boicottare la sua candidatura e poi di asfissiarla col loro abbraccio letale, sarà davvero un’impresa ardua”.

Già, un’impresa ardua, i cui esiti potremo intuire già in corso d’opera, ma il cui bilancio finale potrà esser fatto solamente a conclusione di questi cinque anni di legislatura regionale che si appresta a incominciare. Solo allora sapremo se la Sicilia sarà tornata quella terra bellissima, degna della sua storia, oppure sarà rimasta la prostituta di sempre, pronta ad accogliere a turno la viscida bramosia di avventori occasionali, ora di centrosinistra, ora di centrodestra.

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