24 settembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 18.25
Viaggio d'istruzione

Concorsi a cattedra: quasi tutti bocciati alla prova scritta. Scuola e Università sotto processo.

17 giugno 2017

Il fatto. Si sono di recente conclusi i concorsi per i docenti nelle scuole statali, con percentuali di bocciati alla prova scritta che hanno colpito l’opinione pubblica. Da lì una polemica tra opinionisti ed esperti o presunti tali, che non accenna a diminuire.

Alcuni esempi per evitare di pensare che parliamo di aria fritta. In Sicilia il concorso per la primaria ha visto poco più di cinquecento candidati ammessi all’orale su oltre settemila, che hanno completato lo scritto; cinquemila bocciati nella prova analoga in Emilia Romagna e risparmiamo al lettore altri numeri simili in tutto il Paese.

Ovviamente tanti si sono tuffati sulla polemica e, altrettanto ovviamente, ciascuno tirando acqua al proprio mulino. Proveremo ad affrontare il caso facendoci sorreggere solo dai fatti.

La prima questione attiene alla natura della prova. Un concorso pubblico è una prova selettiva, anche se molti lo dimenticano, per riserva mentale o per semplice incompetenza. In sostanza le prove non sono costruite perché tutti le superino, come avviene a scuola, anzi, di solito, proprio con lo scopo di selezionare i migliori, le prove sono molto impegnative. La mia generazione, approfittando di questa regola basilare, ha selezionato una classe dirigente caratterizzata dal cosiddetto “ascensore sociale” e cioè da molte persone che, malgrado le umili origini, sono riuscite grazie ai concorsi e a uno studio “matto e disperatissimo” (allora tutti i dipendenti pubblici venivano assunti per concorso) a diventare avvocati, magistrati, dirigenti, professori, medici. Il metodo del concorso per i dipendenti pubblici è, del resto, garantito dall’art.97 della Costituzione.

Progressivamente un “patto ufficioso” tra politici e centri di potere diffuso, nel caso della scuola, i sindacati, ha ridotto questo meccanismo al punto tale che, nel comune sentire, i posti pubblici si pensano come posizioni da conseguire o per raccomandazione di qualche politicante o mediante graduatorie, in cui il merito viene sostituito dal mero decorrere del tempo, nella scuola, in particolare, da un lungo, talvolta lunghissimo precariato.

Ritornando al concorso perciò, tutti si scandalizzano perché hanno scordato che il concorso è proprio fatto così, molti partecipano pochi vincono e, per coprire i vuoti successivi, si fa un altro concorso, ogni due anni. E speriamo che d’ora in poi sia proprio così, perché docenti migliori promuovono alunni competenti.

La seconda questione che, invece, riguarda le scarse competenze dei candidati, lamentate dalle commissioni a concorso concluso, è più complessa.

Innanzi tutto il concorso 2016 si è fatto puntando non soltanto sulle conoscenze, ma anche sui nuovi alfabeti: computer e Inglese e soprattutto non si è scritto il solito tema, ma sono stati richieste sintesi e capacità tecniche, che consistono nel sapere costruire una Unità di Apprendimento (UDA). Ebbene, fatta qualche rara e meritoria eccezione, queste competenze non fanno parte organicamente del percorso scolastico e universitario di nessun corso di laurea. Così i candidati ai concorsi sono andati un po’ “all’assalto”, senza preparazione specifica, e senza neppure precedenti simili, visto che era la prima volta di un concorso siffatto. Inoltre nelle nostre scuole e università si scrive poco e male, perché si richiede ancora di fare il classico tema o, raramente, qualche tesina, mentre quasi mai si insegna a scrivere un saggio breve, un articolo, un abstract di una relazione scientifica che, salvo lodevoli rarità,  non saprebbero scrivere neppure i docenti.

In sostanza scuola e università puntano in una direzione, mentre il concorso, in questo caso, ma anche tutte le realtà produttive e dei servizi,  impongono abilità molto diverse.

Infine, chi pontifica, senza informarsi e riflettere o chi approfitta di ogni occasione per urlare e mestare nel torbido, spesso appartiene al partito di quelli che vorrebbero, fermare il cambiamento che, nella storia dell’uomo, genera tensioni e sofferenze, ma che è indispensabile per la crescita dell’Umanità. Diceva  Oscar Wilde: “Questa tensione è insopportabile, speriamo che duri”.