Di abolizione se ne cominciò a parlare quasi sei anni fa. A Palazzo d’Orleans c’era Raffaele Lombardo. Dopo aver commissariato la Provincia di Ragusa congelando le elezioni tra l’ira dei politici locali, l’allora governatore annunciò: “Tanto stiamo facendo la riforma per abolirle“. Abbandonò il Palazzo prima del tempo, Lombardo. E non se ne fece più nulla. A rompere il silenzio ci pensò Rosario Crocetta poco dopo aver preso in mano le chiavi della Presidenza. Se ne andò all’Arena su RaiUno: “La Sicilia sarà la prima regione d’Italia ad abolire le Province“. Sentenziò, tra gli applausi degli anti-casta. Fu ribattezzata la “norma Giletti“. All’Assemblea siciliana ci fu mezza rivoluzione. Si gridò alla lesa maestà. Si tirò fuori lo statuto. Si fecero discorsi pindarici. E tra pressapochismo, campanilismi e pasticci giuridici si fece la norma. Una sorta di legge-schema, mancavano però le competenze. A Roma il governo Renzi le aveva abolite già da un pezzo. Pardon, aveva abolito il voto diretto rinviando alla riforma costituzionale la cancellazione totale degli enti.

L'ex presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo a giudizio presso il Tribunale di Catania

In Sicilia, l’Ars fece la seconda legge. In aula si litigò sul numero dei Liberi consorzi, il nome “nuovo” delle ex Province regionali ripescato tra le righe dello statuto, e sulle città metropolitane. Città o aree? Intanto nel resto d’Italia le Province avevano cambiato pelle. La Sicilia che doveva essere la prima fu l’ultima. Alla fine il Parlamento siciliano ha approvato 5 disegni di legge sul tema delle Province, l’ultimo fu “imposto” da Roma: la legge siciliana deve essere uguale alla Delrio. E così fu. Ma non era il finale di questo film surreale. Il ‘no’ al referendum costituzionale ha rianimato le Province, nonostante sia rimasta la legge Delrio sul voto di secondo livello. Un altro bel pasticcio del governo Renzi: come dire prima metto la pasta e poi faccio bollire l’acqua. E ora che si fa? All’Ars hanno drizzato le orecchie. “Ripristiniamo il voto diretto”.

Piace l’idea e piace in modo trasversale. Il deputato di Forza Italia, Vincenzo Figuccia, ha appena depositato un ddl per l’elezione diretta di consiglieri, presidenti di ex Province e sindaci metropolitani, con buon pace di Leoluca Orlando che già si sentiva plenipotenziario in pectore. Come al solito, la tempestività del governo Crocetta è incredibile. Proprio mente all’Ars Figuccia raccoglieva consensi persino dentro il Pd, l’assessore Luisa Lantieri annunciava di essere pronta a portare in giunta la data delle elezioni nei Liberi consorzi, commissariati ormai da tempo immemorabile. Ovviamente col voto di secondo livello.

Un caos. Giovanni Ardizzone, strenuo difensore della Delrio fino all’altro ieri, in attesa che il ddl Figuccia o qualche altro testo arrivi in commissione, ha garantito che aprirà una “finestra legislativa” per esaminare l’eventuale rinvio del voto (i commissari scadono a fine febbraio) e il ripristino delle elezioni dirette. Se ne parlerà a ore in commissione Affari istituzionali, alla presenza di tutti i capigruppo. Insomma, piace eccome il voto. E se i deputati non faranno pasticci – ma non è da escludere – allora entro un paio di giorni le Province potrebbero tornare ai fasti d’un tempo. Ce la faranno i nostri eroi? Vedremo. A Ragusa se la ricordano bene l’ultima elezione in Provincia, era il 2007. Ben dieci anni fa.