17 novembre 2017 - Ultimo aggiornamento alle 18.57
Trapani Il degrado delle periferie urbane è un grave problema che alimenta da decenni l'effimera liturgia dei convegni e delle passerelle

Trapani: decenni di doni per il centro storico e di carbone per la periferia

7 gennaio 2017

Il degrado delle periferie urbane è un grave problema che alimenta da decenni quell’effimera liturgia dei convegni e delle passerelle, caratteristica del modo superficiale con cui la politica italiana affronta i problemi senza risolverli.

Giovanni De Santis
Giovanni De Santis

Trapani non fa eccezione benché sia riuscita a mascherare le criticità della sua periferia, esaltando i pur importanti interventi infrastrutturali e di riqualificazione, prevalentemente realizzati nel perimetro del suo centro storico e sull’asse viario principale di Via G.B. Fardella nell’ultimo ventennio, soprattutto dal 2005, in conseguenza dello svolgimento delle famose regate di Coppa America. Ed è da ricollegare alla sproporzione nella redistribuzione delle risorse tra centro storico da un lato e periferia e contrade dall’altro, lo squilibrio sociale, economico e urbanistico che ha frenato lo sviluppo della città.

Basta riflettere su un dato numerico per avere contezza dell’errore strategico commesso: il centro storico e l’asse viario di Via G.B. Fardella, per la cui valorizzazione è stata impiegata la maggior parte delle risorse economiche disponibili, occupano un’area urbana estesa non più di 5 chilometri quadrati, mentre la periferia, che insieme alle contrade si estende su una superficie di 265 chilometri quadrati, è stata lasciata in balìa del suo destino e si è trasformata negli spettrali quartieri-dormitorio attestati principalmente all’ingresso di Trapani.

L’assenza di un progetto politico-sociale, unita alla tolleranza dell’abusivismo degli anni ’60 e ’70, ad una pianificazione urbanistica e ad architetture più asservite al cemento che all’uomo, sono alla base del generale impoverimento estetico, culturale ed economico di una città che fino agli anni precedenti la II guerra mondiale era riuscita a primeggiare tra i capoluoghi di Sicilia, sfruttando al meglio la sua posizione strategica nell’area del Mediterraneo. In questi quartieri-ghetto sono stati ammassati gli ultimi, i non degni di redenzione, gli incompatibili con la nuova etica/estetica della globalizzazione del materialismo.

A chi pensava che la periferia fosse il tappeto sotto il quale potere nascondere all’infinito le vergogne di una classe dirigente capace di “scommettere” impegno e risorse soltanto laddove si potevano ottenere vittorie facili, il tempo ha presentato il suo conto e la condizione di degrato umano e ambientale di quartieri come Cappuccinelli e Fontanelle sud – quest’ultimo, non a caso, soprannominato “Bronx” – ha determinato un costo sociale che si è espanso progressivamente fino ad arrivare all’attuale insostenibilità: la microcriminalità che lì è nata, oggi è fuori dal controllo, i servizi sociali del comune sono assediati da questuanti disperati, in attesa del classico sostegno economico, irrilevante per il loro dignitoso sostentamento ma che incide pesantemente sul bilancio comunale, impedendo qualsivoglia investimento per lo sviluppo della città e della sua economia.

È il cane che si morde la coda: l’emarginazione delle periferie genera povertà alla quale si fa fronte con un assistenzialismo che lenisce i sintomi ma lascia avanzare il male; in questi ghetti si riverbera e si rigenera quella rassegnazione amara che è cifra distintiva della gente di Sicilia.

È significativo che i giovani delle periferie vandalizzino le palazzine in cui vivono: si tratta probabilmente dell’espressione compulsiva di una voglia di cancellare architetture orrende che sono scenario di esistenze mortificate e di gioventù negate.

Trapani, insomma, ha scelto di vivere la sua quotidianità nascondendo la polvere sotto i tappeti e di autocelebrarsi esaltando “a pasta cull’agghia”, “l’orgoglio granata” calcistico e “le vasche in via Fardella” (passeggiata in auto lungo la via principale); la sua classe dirigente si sente, quindi, legittimata ad andare avanti senza visione strategica e fermamente ancorata alla dimensione dell’oggi. Peccato, perché basterebbe soltanto adottare “buone pratiche” che altrove hanno determinato la rinascita di città, di quartieri, di speranze ma – si sa – questa è la terra del Gattopardo, che non vuole riscatto ma dominazioni.

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