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Palermo

"In casa poliziotto puntava dito in faccia a mia moglie"

Via D’Amelio, Scarantino rivela nuovi dettagli sul depistaggio

17 Maggio 2019

“Erano tutti consapevoli che io non sapevo niente. Ma dovevo portare questa croce. Mi hanno rovinato l’esistenza, io non ho mai fatto niente. Non c’entro con le stragi. I poliziotti mi dicevano cosa dovevo dire ai magistrati e me lo facevano ripetere”. Così il falso pentito Vincenzo Scarantino, il cui esame è ripreso questa mattina all’aula bunker di Caltanissetta, nell’ambito del processo sul depistaggio dell’inchiesta per la strage Borsellino, che vede sul banco degli imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che facevano parte del gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’ guidato dall’allora capo della Squadra mobile Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002.

I tre sono accusati di concorso in calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa nostra. Scarantino ha continuato a rispondere alle domande del pm Gabriele Paci. “Io andavo dai magistrati e ripetevo, quando ci riuscivo, quello che mi facevano studiare. Ma non sempre riuscivo a spiegare ai magistrati o alla corte quello che mi insegnavano. Loro mi dicevano: ‘Quando non sai una cosa basta che dici ai magistrati che devi andare in bagno, tu ti allontani e poi ci pensiamo noi. Ti diciamo noi quello che devi dire‘. Quando andavo alle udienze dicevo che dovevo fare la pipì, andavo nella stanza e mi dicevano loro cosa dire. E io poi io in aula cercavo di ripetere le cose che mi dicevano”.

Scarantino ha parlato anche di pressioni psicologiche che avrebbe subito da un altro poliziotto, Vincenzo Ricciardi, per quanto riguardava sua moglie e i suoi figli.

All’aula bunker di Caltanissetta, Scarantino: “Telefono a mia mamma e le dico che non ce la facevo più. Non ce la facevo più, era come una bomba che stava per esplodere. Mia mamma mi dice: ‘devi solo dire tutta la verità’. E mi dà il numero del giornalista Angelo Mangano. Lo chiamai con il telefono fisso di casa che mi ha fatto mettere il dottore La Barbera, avevo la possibilità di chiamare chi volevo. A Mangano dissi tutte cose. A lui dissi che io della strage non ne sapevo niente, sono tutte falsità, questi sono tutti innocenti, compreso me. Poi finalmente mi sentivo come se fossi in spiaggia, con la mente libera. Dopo che avevo parlato con il giornalista, mi fissano il colloquio con il magistrato”. 

Mario Bo
Mario Bo

“Appena ho informato il dottore Bo, lui stava cominciando a dare i numeri, ma a me non interessava niente. Il colloquio con il magistrato – ha aggiunto – era fissato nel pomeriggio a Genova. Poi è venuta la scorta di Imperia e mi mette nella macchina. C’erano sia poliziotti di Imperia che altri poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino. Vado in macchina con questi poliziotti e scendiamo giù. Il capo scorta si lamentava e diceva ‘ma questo quando viene?’, riferendosi al dottore Bo. Io faccio: per cortesia, mi sto facendo la pipì addosso. E subito mi hanno riaccompagnato. Entro e vedo questo che parla alla mia ex moglie puntandole il dito in faccia, con tanta violenza. Faccio una premessa: non sono violento. Entro e dico: ‘Ma come ti permetti a parlare a me mugghieri accussì’. Lui è impazzito. Io non gli ho messo le mani addosso perché se lo avessi fatto finiva all’ospedale con due mesi di prognosi”.

Scarantino continua il suo racconto: “Vedo i bambini tutti in lacrime che piangevano e questo Di Gangi mi ha afferrato al collo con la pistola puntata. Il dottore Bo mi ha alzato le mani, mentre io con lui non l’ho fatto. Il personale di Imperia non è intervenuto perché sapevano che dovevo fare la pipì. È vero che ero geloso anche dell’aria che respirava mia moglie, però i motivi me li hanno dato loro. Perché visto che parlavano male delle magistrate, pensa come potevano parlare di mia moglie. Gli ho detto: il detenuto sono io, non mia moglie”.

Già ieri Scarantino aveva raccontato altri dettagli, già noti: scarantino“Io sono stato tanti anni in carcere e dicevo sempre che ero innocente, per me era impossibile che si cercasse la verità, io non mi fidavo e dopo mi sono reso conto che era inutile”. E sulla prima collaborazione spiega che è stato spinto dal trattamento ricevuto in carcere: “a Pianosa quando andavo a colloquio, mi facevano spogliare nudo, mi davano dei colpi nelle parti intime, mi davano schiaffi in bocca e calci con gli anfibi: sembrava il carcere di ‘Fuga da mezzanotte’. Mi hanno fatto mangiare i vermi per la pesca, pisciavano dentro la minestra, mettevano le mosche nella pasta”. Ha smesso di mangiare “passando da 103 kg di peso a 53 kg” e “tutti dicevano che avevo l’Aids. Era terrorismo psicologico”.

 

 

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